Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale si gioca sul territorio

Il dibattito sulla Riforma del Servizio Sanitario Nazionale ritorna ciclicamente: se ogni anno si torna a parlare di interventi sulla sanità, a ogni decennio circa si annuncia una grande opera riformatrice. Se si osserva la storia del Sistema Sanitario italiano momenti importanti di vero cambiamento ve ne stati molto pochi.
Dopo la riforma del 1978, il passaggio più significativo è stata la Legge 502/1992 che ha introdotto il concetto di aziendalizzazione dell’intero sistema. Il successivo Decreto Balduzzi del 2012 ha cercato di rafforzare l’idea di una sanità più radicata sul territorio, puntando sulla presa in carico dei pazienti e su strutture come, ad esempio, le Case della comunità.
Oggi il SSN si trova davanti a un apparente paradosso: se da un lato cresce la popolazione anziana e aumentano le malattie croniche, dall’altro questo fenomeno è proprio il risultato del successo della medicina. Viviamo di più, e, di conseguenza, conviviamo più a lungo con patologie e comorbidità. Non si può considerare questo come un fallimento del Sistema Sanitario bensì al contrario: è la dimostrazione concreta che il sistema ha funzionato.
Il vero “problema”, quindi, non è l’aumento dei bisogni di salute in sé, ma la capacità del sistema di adattarsi alla nuova realtà.

 

Il problema? Un sistema progettato per l’ospedale, non per il territorio

Il Servizio Sanitario Nazionale è stato immaginato e costruito intorno al sistema ospedale, una struttura organizzata con protocolli, procedure, sistemi di rimborso, ecc. Se, dunque, l’ospedale è un ambiente controllato, il territorio è un sistema in continua evoluzione, con i bisogni dei cittadini sempre più diversificati.
Oggi si parla di assistenza psicologica, supporto nutrizionale, attività fisica adattata, riabilitazione, accompagnamento nelle malattie croniche. Tutti ambiti che vanno considerati come parte integrante della salute ma che, fino a pochi decenni fa, non facevano parte della proposta sanitaria.
La vera sfida, quindi, qual è? Quella di organizzare il territorio con la stessa capacità di programmazione sviluppata negli ospedali. A oggi questo passaggio non è ancora avvenuto: le Case di Comunità, ad esempio, sono state introdotte come elemento chiave della sanità territoriale, ma in molti casi non è ancora chiaro quali funzioni debbano svolgere, quali risorse abbiano e quale ruolo operativo debbano avere all’interno del sistema sanitario stesso.

 

Come dovrebbe essere…

La sanità territoriale dovrebbe funzionare come una rete di servizi integrati, non semplici luoghi di prescrizione, ma hub dove operano professionisti diversi, in grado di intercettare i bisogni dei cittadini e accompagnarli nel percorso di cura. In tal senso, bisognerebbe rafforzare il ruolo della medicina generale, creare strutture nelle quali effettuare esami di base e avere risposte rapide e attuare un collegamento reale tra territorio e ospedale.
Un altro nodo cruciale riguarda le risorse. Il nostro sistema sanitario si basa su un modello universalistico, nel quale l’accesso alle cure è considerato un diritto. Tuttavia, i budget non sono infiniti, per questo è necessario definire delle priorità. Se non si stabiliscono limiti chiari e criteri organizzativi, il rischio è che molti servizi restino affidati all’iniziativa locale o alla buona volontà delle associazioni di pazienti.
Non possiamo pensare che attività fondamentali come l’assistenza psicologica, quella nutrizionale, informazione e formazione siano garantite solo grazie a progetti temporanei o a finanziamenti esterni. Devono diventare parte strutturale del sistema di presa in carico dei pazienti.

 

Il federalismo sanitario tradito

In questo quadro emerge anche il tema del regionalismo sanitario. Il federalismo in sanità era stato pensato come uno strumento organizzativo, per avvicinare le decisioni ai territori e ai cittadini. Nel tempo però si è trasformato in un meccanismo fiscale e di controllo della spesa. Le regioni hanno spesso concentrato l’attenzione sul budget, mentre il vero campo su quale dovrebbero intervenire è l’organizzazione dei servizi e la presa in carico “globale” del paziente.
Oggi invece ci troviamo in una situazione disomogenea: l’ospedale funziona relativamente bene, tuttavia una volta usciti dal setting di presa in carico ospedaliera, il cittadino si trova spesso senza un reale sistema di supporto.

 

La vera sfida futura per il nostro SSN

La sfida principale di una vera Riforma sanitaria non riguarda solo nuove strutture o nuove tecnologie, ma riguarda l’organizzazione del territorio.
Servono budget dedicati alla sanità territoriale, serve identificare e promuovere nuove figure professionali in risposta a una crescente e sempre più diversificata domanda di salute, serve una programmazione chiara dei servizi sul territorio e una altrettanta chiara attribuzione di responsabilità. Pertanto il cambiamento di paradigma è questo: passare da una sanità centrata sulla gestione dell’episodio acuto in ospedale a un sistema capace di accompagnare le persone lungo tutto il percorso della malattia e della vita.

Chi è Davide Integlia?

Health economist, consulente in scienze della salute e project manager con oltre 15 anni di esperienza, Davide Integlia è uno dei principali promotori in Italia di soluzioni innovative per migliorare l’accesso alla salute.

La sua attività si concentra sull’ideazione e realizzazione di progetti complessi che spaziano dalla ricerca clinica alla farmaco-economia, dalle strategie di market access al
coinvolgimento attivo degli stakeholder del sistema sanitario…

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