ARTICOLO | DATA 29.10.26 | 5 minuti di lettura
IL DIRITTO AL GIUSTO TEMPO DI ATTESA
Liste d’attesa e disuguaglianze: la sfida di garantire cure tempestive e accessibili a tutti.
Le liste d’attesa rappresentano uno dei punti in cui si misura concretamente la capacità del Servizio Sanitario Nazionale di garantire il diritto alla salute.
Il tempo di attesa non è soltanto un indicatore organizzativo. Può incidere sulla possibilità di ottenere una diagnosi tempestiva, sulla continuità del percorso di cura, sulla serenità del paziente e della sua famiglia. Per questo, affrontare il problema significa interrogarsi non solo sulla quantità delle prestazioni erogate, ma anche sulla loro appropriatezza e tempestività.
I dati: segnali di miglioramento, ma non un problema risolto
Un primo elemento di valutazione arriva dal monitoraggio dell’AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e dalla Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa (PNLA). Il bollettino periodico AGENAS analizza l’andamento delle prenotazioni e il rispetto dei tempi di garanzia per 14 tipologie di prime visite specialistiche e 22 accertamenti diagnostici (AGENAS, Bollettino della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, dati al 30 settembre 2026).
Nei dati di monitoraggio della Piattaforma, le prenotazioni complessive nei primi nove mesi del 2026 sono passate da 19,7 milioni a 21,8 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 (+10,6%), registrando una parallela riduzione percentuale delle prenotazioni effettuate oltre i tempi massimi di garanzia. Per le prime visite specialistiche, l’incidenza delle prenotazioni oltre i tempi massimi scende dal 18,9% al 17,2%, mentre per gli esami diagnostici si riduce dal 12,9% all’11,4% (AGENAS, Bollettino della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, dati al 30 settembre 2026).
Anche la media nazionale non restituisce da sola l’intera complessità del fenomeno. I risultati variano tra territori e tipologie di prestazione: il miglioramento complessivo non significa che le difficoltà siano state superate ovunque. Lo stesso bollettino richiama, inoltre, criticità nell’appropriatezza con cui vengono attribuite le classi di priorità (AGENAS, Bollettino della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, dati al 30 settembre 2026).
La lettura dei dati deve dunque essere equilibrata: riconoscere, da un lato, i progressi, ma non pensare che la situazione attuale sia soddisfacente.
Dalla disponibilità delle prestazioni alla presa in carico
Ridurre le liste d’attesa non significa soltanto aumentare l’offerta. Significa anche organizzare meglio la domanda, assicurare che le prescrizioni siano appropriate, rendere più efficienti i sistemi di prenotazione e rafforzare il collegamento tra i diversi livelli di assistenza.
Il Piano Nazionale di Governo delle Liste d’Attesa 2026–2028 (entrato in vigore ad agosto 2026), in sinergia con la Legge 29 luglio 2024, n. 107 (conversione del D.L. 73/2024 sulle liste d’attesa), individua tra le sue linee d’intervento l’appropriatezza prescrittiva, la programmazione dell’offerta, l’interoperabilità dei CUP pubblici e privati accreditati, il monitoraggio continuo tramite PNLA, la trasparenza delle agende e la garanzia dei percorsi di tutela per gli utenti (Ministero della Salute, Piano Nazionale di Governo delle Liste d’Attesa 2026–2028; Legge 29 luglio 2024, n. 107).
La direzione è importante. La sfida, ora, è trasformare gli indirizzi nazionali in soluzioni concrete e verificabili, capaci di rispondere alle differenze territoriali e ai bisogni delle persone.
Questo richiede una visione integrata dei percorsi di cura: dalla prescrizione alla prenotazione, dall’erogazione della prestazione alla comunicazione con il paziente, fino alla continuità dell’assistenza. Richiede anche informazioni chiare, procedure comprensibili e strumenti che aiutino le persone a orientarsi nel sistema.
L’equità si misura nell’esperienza delle persone
Le liste d’attesa non producono soltanto un problema di efficienza. Possono diventare una barriera all’accesso alle cure, soprattutto per chi dispone di minori risorse economiche, vive lontano dai centri di riferimento o incontra maggiori difficoltà nell’orientarsi tra servizi e procedure.
Per questo, la riduzione dei tempi deve accompagnarsi a un’attenzione concreta all’equità. Non basta migliorare un indicatore medio se una parte della popolazione continua a incontrare ostacoli nell’ottenere la prestazione necessaria.
I dati pubblicati nei documenti d’analisi confermano una netta frattura territoriale a danno del Mezzogiorno e delle fasce più vulnerabili:
Il monitoraggio della PNLA evidenzia che la quota di rispetto dei tempi massimi per le prime visite scende a livelli critici in diverse regioni del Sud, tra cui la Puglia (55,3%) e la Sardegna (64,3%). Anche per gli esami diagnostici la Puglia si attesta al 63,4% e la Sicilia registra un calo al 72,3% (AGENAS, Bollettino della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, dati al 30 settembre 2026).
Nel Sud la rinuncia complessiva alle prestazioni sanitarie interessa il 10,3% dei residenti (rispetto al 9,2% del Nord). A differenza del Centro-Nord, dove la rinuncia è guidata prevalentemente dai tempi di attesa, nel Mezzogiorno le difficoltà economiche e i tempi lunghi pesano in egual misura, penalizzando in modo diretto chi ha minori risorse (ISTAT, Rapporto annuale 2025, dati riferiti al 2024).
Mobilità sanitaria e “migrazione di necessità”: le carenze dell’offerta locale generano un forte flusso di mobilità passiva dal Sud verso le strutture del Centro-Nord. I saldi negativi più gravosi si registrano in Campania (-211,3 milioni di euro), Calabria (-191,9 milioni) e Sicilia (-139,7 milioni), con tassi di fuga per ricoveri particolarmente elevati in Molise (41,63%) e Basilicata (35,77%). Questo drenaggio finanziario impoverisce ulteriormente i Servizi Sanitari Regionali meridionali (Cittadinanzattiva, Rapporto civico sulla salute 2025, sezione “Mobilità sanitaria”).
Frammentazione nei percorsi di tutela: l’indagine sull’accesso civico di Cittadinanzattiva rileva che, mentre in molte regioni del Centro-Nord la persona che non trova posto viene inserita automaticamente in una “prelista” o lista di garanzia e ricontattata dall’ASL, nel Mezzogiorno prevale un modello “fai da te”, che scarica l’onere burocratico della ricerca del posto interamente sul paziente tramite moduli o sportelli URP (Cittadinanzattiva, Rapporto civico sulla salute 2025, sezione “Accesso civico generalizzato sulle liste d’attesa”).
In questo percorso, anche il coinvolgimento dei pazienti può contribuire a individuare criticità, comprendere i bisogni informativi e migliorare l’organizzazione dei servizi. L’esperienza delle persone non sostituisce i dati e le valutazioni tecniche, ma può affiancarli, aiutando a leggere gli effetti concreti delle scelte organizzative.
Misurare i risultati, costruire fiducia
Il monitoraggio trasparente rappresenta un passaggio essenziale: consente di confrontare i risultati nel tempo, individuare le aree più critiche e valutare l’efficacia degli interventi. Per essere davvero utile, tuttavia, deve accompagnarsi a obiettivi chiari, responsabilità definite e verifiche periodiche.
Il punto non è soltanto quante prestazioni vengono erogate, ma se ciascuna persona riesce a ricevere quella di cui ha bisogno nel tempo appropriato, attraverso un percorso accessibile, comprensibile e continuo.
I dati dei primi nove mesi del 2026 mostrano segnali di miglioramento (AGENAS, Bollettino della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa, dati al 30 settembre 2026). La responsabilità è consolidarli, affrontare le criticità ancora presenti e fare in modo che i progressi siano percepibili nella vita quotidiana dei cittadini.
Health economist, consulente in scienze della salute e project manager con oltre 15 anni di esperienza, Davide Integlia è uno dei principali promotori in Italia di soluzioni innovative per migliorare l’accesso alla salute.
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