ARTICOLO | DATA 17.02.26 | 3 minuti di lettura
Cure palliative in Oncologia
Perché non possiamo più rimandare una presa in carico integrata.
Quando si parla di cure palliative in oncologia, il dibattito pubblico tende ancora a collocarle ai margini del percorso di cura, spesso associate esclusivamente alle fasi finali della malattia.
È una semplificazione che non restituisce la complessità — né il potenziale — di questo approccio.
Negli ultimi anni, lavorando a stretto contatto con professionisti sanitari, istituzioni e associazioni di pazienti, mi è sempre più chiaro come le cure palliative rappresentino uno snodo centrale per ripensare la presa in carico del paziente oncologico, in particolare nei tumori del sangue, dove i percorsi terapeutici sono spesso lunghi, complessi e ad alto impatto sulla qualità della vita.
Oltre il fine vita: un cambio di paradigma necessario
Le cure palliative non sono una rinuncia alla cura.
Sono, piuttosto, un’estensione del concetto stesso di cura, che integra il controllo dei sintomi, il supporto psicologico e l’attenzione ai bisogni sociali e relazionali della persona.
Le evidenze scientifiche oggi disponibili mostrano con chiarezza che quanto più le cure palliative vengono introdotte precocemente, tanto maggiore è il beneficio per il paziente. È da qui che nasce il concetto di “early” palliative care: un modello che affianca i trattamenti oncologici attivi sin dalle fasi iniziali della malattia non guaribile, superando la tradizionale separazione tra terapia e palliazione.
In ambito oncologico, questo approccio consente di affrontare in modo più efficace la complessità dei bisogni del paziente, a partire dal dolore — spesso persistente e difficile da controllare — fino alla gestione della fatigue, dell’impatto emotivo e delle conseguenze sociali della malattia.
Il contesto italiano: una distanza tra norme e pratica
Dal punto di vista normativo, l’Italia dispone di uno dei quadri più avanzati in Europa.
La Legge 38/2010 ha sancito il diritto all’accesso alla terapia del dolore e alle cure palliative. Eppure, nella pratica quotidiana, questo diritto rimane ancora applicato in maniera disomogenea.
Le criticità sono note:
A queste si aggiunge un tema cruciale: il ruolo del medico palliativista, professionista centrale nella presa in carico globale del paziente, ma ancora oggi privo di un percorso formativo strutturato e pienamente riconosciuto come specializzazione autonoma.
La presa in carico come responsabilità condivisa
Integrare le cure palliative nei percorsi oncologici non è solo una questione clinica.
È una scelta organizzativa, culturale e politica.
Significa ripensare il modello di assistenza in chiave multidisciplinare, valorizzare il lavoro d’équipe, rafforzare il raccordo tra ospedale e servizi territoriali.
Significa anche riconoscere che la qualità della vita non è un outcome secondario, ma un obiettivo centrale della cura.
Strumenti come i Patient-Reported Outcome Measures e i Patient-Reported Experience Measures possono aiutare a rendere visibile ciò che spesso resta implicito: il punto di vista del paziente, la sua esperienza reale del percorso di cura.
Una sfida culturale prima ancora che clinica
Se vogliamo che le cure palliative precoci diventino uno standard diffuso e non un’eccezione virtuosa, è necessario un cambiamento culturale profondo.
Serve maggiore consapevolezza tra i professionisti, ma anche tra i cittadini e i policy makers.
Le associazioni di pazienti possono svolgere un ruolo fondamentale nel contrastare lo stigma che ancora circonda queste cure, così come i media e i progetti di informazione indipendente possono contribuire a riportare il tema al centro del dibattito pubblico.
Colmare il gap, insieme
È proprio da questa consapevolezza che nasce Bridge the Gap: un progetto che prova a mettere in dialogo evidenze, modelli organizzativi ed esperienze territoriali per ridurre la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che riusciamo davvero a offrire ai pazienti, per la palliazione precoce, e per molti altri punti che negli anni abbiamo analizzato, assieme ai principali stakeholder, come lacune (gap).
Perché prendersi cura non significa solo trattare una malattia.
Significa accompagnare la persona lungo tutto il percorso, con competenza, ascolto e responsabilità condivisa.
Health economist, consulente in scienze della salute e project manager con oltre 15 anni di esperienza, Davide Integlia è uno dei principali promotori in Italia di soluzioni innovative per migliorare l’accesso alla salute.
La sua attività si concentra sull’ideazione e realizzazione di progetti complessi che spaziano dalla ricerca clinica alla farmaco-economia, dalle strategie di market access al
coinvolgimento attivo degli stakeholder del sistema sanitario…
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